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CONCESSIONI BALNEARI: ANCHE OGGI LA CONCORRENZA SI RINVIA A DOMANI

Sulle concessioni balneari, il Governo ha deciso di prendersi più tempo per decidere, affermando la necessità di una riforma strutturale.

La buona notizia è che sembra scongiurata l’ipotesi di un’ennesima proroga automatica delle concessioni in vigore, quella cattiva è che, almeno a giudicare dalle prime dichiarazioni della Premier (“non ho cambiato idea, sono sempre per la difesa dei nostri imprenditori balneari”), sembra lecito dubitare che la “riforma strutturale” sarà improntata a quei principi di concorrenza e quindi di merito che l’Europa, giustamente, ci chiede di applicare fin dal 2006.

La storia delle concessioni balneari in Italia è emblematica di un determinato approccio alla politica.

Il Codice della navigazione, di epoca fascista, che per primo ha regolato queste concessioni, prevedeva che su di esse vigesse un “diritto di insistenza”. In pratica, in presenza di più domande per ottenere la gestione della stessa porzione di spiaggia, veniva riconosciuta la preferenza al titolare precedente. Che dalla riforma del 2001 ha poi potuto usufruire anche del “rinnovo automatico del titolo”, accordato senza bisogno di alcuna gara, con buona pace dei potenziali concorrenti.

Nel 2006, con la direttiva Bolkestein, l’Unione Europea sancisce un principio: le spiagge sono un bene pubblico e, come tale, devono essere affidate con gara.

Così, nel 2010, l’ultimo Governo Berlusconi, per uscire dalla procedura di infrazione nel frattempo avviata dalla Commissione Europea, è costretto a smantellare almeno gli aspetti più impresentabili della nostra normativa, ma non introduce alcun nuovo regime di concorrenza, rinviando la decisione – anche in quel caso – a tempi migliori. Che ovviamente non arrivano mai. Arrivano invece, per legge, una serie di proroghe alle concessioni esistenti, ancora una volta a tutto vantaggio dei concessionari originari ed in completo spregio del principio di concorrenza.

Nel 2021, nella conclamata inerzia della politica, tocca allora al Consiglio di Stato metterci una pezza: il regime italiano delle proroghe senza gara è in contrasto col principio di concorrenza e quindi con il diritto europeo. Il legislatore è obbligato a riassegnare tutte le concessioni tramite gare pubbliche, entro il 31 dicembre 2023.

E’ il 2022, al Governo per fortuna c’è Draghi, il suo “Ddl Concorrenza” ordina ai Comuni di istituire le procedure di gara entro la fine del 2023. Ma per definire tutti gli aspetti necessari ai Comuni per bandire le gare, il Ddl rinvia a un decreto attuativo del Governo. Che però, nel frattempo, è cambiato. E il nuovo Governo ci spiega oggi che serve più tempo, serve un tavolo con le associazioni, forse magari anche due, insomma se ne riparla più avanti.

L’Italia ha sempre avuto una destra conservatrice, che ama parlare di riforme liberali, ma ama molto meno praticarle. La vera mission della destra italiana è difendere lo “status quo”, le rendite di posizione di chi ha ricevuto un vantaggio in passato e oggi ha tutto l’interesse a conservarlo (e a votare chi promette di lasciarglielo conservare). Principi come merito o concorrenza sono fumo negli occhi per chi ha un approccio alla politica di questo tipo, sono concetti buoni tutt’al più per rinominare un Ministero, senza che da questo discenda alcuna conseguenza tangibile.

Si tratta di una linea politica legittima, sia chiaro: ciò che ho però sempre trovato scorretto è che non si abbia il coraggio di rivendicarla, ma la si mascheri invece da “difesa dei deboli”. Mentre, in realtà, è esattamente l’opposto.

Quando ad esempio Meloni ci dice di voler difendere gli imprenditori balneari, ci racconta solo una parte della verità. Impedire o rallentare l’espletamento delle gare per la concessione delle spiagge non serve affatto, infatti, a difendere tutta la categoria degli “imprenditori balneari”, ma solo una

parte di essi: gli attuali imprenditori balneari. I potenziali imprenditori balneari, invece, che avrebbero tutto il legittimo interesse a provare ad entrare nel mercato e a competere alla pari con chi oggi gestisce le spiagge, restano inesorabilmente tagliati fuori.

E se si considera che, statisticamente, chi si trova fuori da un determinato mercato e vorrebbe provare ad entrarci e a competere è anche un soggetto anagraficamente più giovane, allora si comprende ancor meglio l’ipocrisia di chi lamenta la necessità di una maggiore attenzione ai giovani e poi, nei fatti, adotta politiche di segno opposto.

Ma c’è di più. Queste limitazioni della concorrenza non sono gratis, ma hanno un costo preciso, che viene caricato sempre sull’utenza finale, quindi sul cittadino. Chi difende merito e concorrenza non lo fa per una questione principio, ma perché è consapevole che laddove c’è competizione, il servizio mediamente migliora e il prezzo per l’utente finale si abbassa.

Così quando la Premier ci dice di voler difendere gli attuali concessionari balneari, ciò che non ci dice è che è intenzionata a difendere i loro privilegi anche a discapito dei cittadini che noleggiano ombrelloni nelle spiagge e pagano il servizio.

Questo meccanismo vale per tutto: si difendono le licenze dei tassisti, e pazienza se poi un cittadino deve prenotare il taxi il giorno prima o pagarlo più che in altri Paesi; si difende la libertà dei commercianti di non avere il POS, ma si tralascia invece la libertà del cittadino di decidere con che modalità pagare.

Vale lo stesso anche per gli impianti sportivi, che è materia di cui mi occupo ogni giorno: gli attuali concessionari del Comune di Milano svolgono un ottimo lavoro e non posso che provare una sincera gratitudine nei loro confronti, ma ciò non significa che non sia interesse dei milanesi mettere a gara gli impianti una volta che quelle concessioni arriveranno a scadenza.

Alla fine è tutta una questione di prospettiva: chi difende la concorrenza assume come unità di misura l’interesse dell’utente finale (quindi della generalità dei cittadini), mentre chi ostacola la concorrenza adotta il più limitato punto di vista dell’interesse di una categoria, anche se questo diverge con l’interesse della collettività. Salvo poi camuffare questa posizione da “difesa dei più deboli”, ovverosia dall’opposto di ciò che in realtà è, nella speranza di non perdere troppi voti.